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   Storia

STORIA

( stralci storici  estratti da;  “Se Il Tempo è infedele, storia religiosa e civile di Perito di Carmelo Currò)

Edizione Parrocchia di Perito 2007, pp. 206

Richiedi la Pubblicazione in Parrocchia

 

 

 

° PRESENTAZIONE

° Il TERRITORIO

° Il QUATTROCENTO

° Il CINQUECENTO

° Il SEICENTO

° Il SETTECENTO

 

 

Sull’argomento:

 

GATTO E., Un pezzo di storia di una terra del cilento, Perito Chi eravamo – Chi siamo, Istituto Anselmi, Marigliano 1999.

 

CIRILLO L.,Perito: un casale di uno Stato. L’acquisizione di un’identità difficile. Edizioni Centro Promozione Culturale, Acciaroli 2006.

 

 

 

 

 

Presentazione

 

 

   Ancora una storia di Perito? Sono certo che questa sarà la domanda del Lettore Peritese, quando si troverà tra le mani questo ultimo lavoro di Carmelo Currò, che ha saputo mettere in evidenza, gli elementi essenziali che rapiranno certamente l’attenzione di chi legge, accompagnandolo in un viaggio nel passato, per  scoprire “fatti”  che hanno caratterizzato la vita sociale e religiosa del nostro paese.

Il  lavoro trova la sua origine in una conversazione che ho avuto con Carmelo Currò, a proposito di un incontro per la ricostruzione dell’albero genealogico della mia famiglia, e discutendo sulla necessità e l’importanza di conservare nelle parrocchie la “memoria storica”, attraverso la cura dei Registri parrocchiali e di tutto ciò che  nel futuro sarà “storia”, lamentando la mancanza di documenti storici nel nostro Archivio Parrocchiale, gli ho proposto una ricerca che potesse far emergere degli sprazzi luminosi , che facessero luce  sul passato religioso della Comunità. Questo mio desiderio si è concretizzato nelle pagine dell’Autore.

Il libro ha l’autentico pregio della chiarezza e della semplicità, è accessibile a tutti, per cui l’espressione non è arida e fredda, ma ha quel calore e quel colore propri che si sprigionano dal cuore di chi con tenacia scava per far venire alla luce.

Mi auguro che questa pubblicazione non sia l’ultima sul territorio ma che si continui a “scavare”  in quel campo fertile della nostra storia, per capire sempre di più chi realmente siamo, e da dove veniamo.

Il lavoro di Carmelo Currò,  è un elemento importante che si va a collocare nel grande mosaico della storia locale, scenario in continuo divenire e in continuo ampliamento.

I fatti che l’Autore  ha messo in luce non sono  semplici curiosità ma  espressioni di episodi specifici, che fanno di Perito un luogo preciso e individuabile nel tempo, nello spazio, nei suoi stessi abitanti.

 Mi congratulo con Carmelo Currò, augurandomi una larghissima diffusione del libro, nella speranza che questo studio possa appassionare e coinvolgere la nostra gente e specialmente i più giovani.

Un passato non museale distinguerà anche questo paese ridonandogli la giusta collocazione nel Mezzogiorno che  vogliamo amato, riscoperto e sostenuto.

 

 

 

Perito, 29 giugno 2007                          

Solennità dei Ss. Apostoli Pietro e Paolo

 

                                                               

                                                                           Don Marco TORRACA  Parroco di Perito

 

 

 


Il Territorio

 

 

Per chi risaliva le pendici dei monti cilentani, il paesaggio non era certo monotono. Ma nell’aprirsi dei sentieri, tra i burroni, le cime, la vegetazione, i nostri antenati avevano individuato luoghi facilmente descrivibili e riconoscibili: aree da disboscare, coltivare, frequentare; e persino da abitare, se le circostanze lo avessero richiesto. Luoghi in cui la presenza di acqua, la conformazione naturale, l’altezza e l’ampiezza degli spazi, rendevano possibile l’edificazione di case, capanne, magazzini, stretti le une agli altri all’interno di una cinta di pietre che proteggeva e rasserenava, e avrebbe consentito ai primi stanziali di non tornare mai più a risiedere verso la vallata infida, percorsa da soldati pronti a scontrarsi; o peggio, dalle bande armate di avventurieri almogaveri.

Se non frequentata da incursori saraceni, di quelli che appena si ha il tempo di scorgere in mare, prima che sbarchino rapidi come un lampo, veloci a risalire i corsi dei fiumi e le strade battute, a gettarsi su ogni abitato, razziando cose e persone, prima di sparire e di far vela verso le loro terre oltre l’orizzonte.

C’è una terra che è costellata dai peri. I peri selvatici riempiono gli scoscendimenti dei monti europei, e non sono buoni da mangiare: occorre gettarli nell’acqua bollente prima di poterli consumare o seccarli al sole; ma entrano bene nell’alimentazione della gente e non vengono affatto scartati, nei secoli in cui le riserve sono sempre apprezzate, perché c’è pericolo delle nevicate e delle carestie, e si fa tesoro di tutto quello che la natura produce.

 É il “perito” che gli abitanti dei dintorni conoscono e popolano; e che lentamente andrà perdendo le caratteristiche che ne avevano deciso il nome. Quando i “peraini” selvatici vengono trapiantati, innestati o sostituiti, il ricordo di una vegetazione ricorrente entra nella toponomastica locale, come gli altri fitonimi del Cilento:

il “lentiscus” che consegnerà il nome a Lentiscosa, il “corylus” a Corleto, il “cornus” a Cornito, il “cupressus” a Copersito, il “filectum” (la felce) a Felitto, il “laurus” a Laurito.

 

 Un’etimologia tutta italica, medievale, semplice, dunque. Che niente ha a che vedere con le altre spiegazioni del nome di Perito, artificiosamente ricavate da suggestive elucubrazioni, in grado solo di dimostrare tutta l’ingenuità dei tempi in cui si pensava che ogni nostra parola derivasse dal latino o dal greco, e quindi la superficialità degli studi e delle letture locali .

 La toponomastica italiana, del resto, conserva numerosi altri nomi che si rifanno alla presenza di peri o alla loro coltivazione. Un altro Perito si trova in provincia di Cosenza; Pereta è frazione di Magliano (Grosseto), Pereto di Aquila e di S.Agata Feltria (Pesaro Urbino); Pero è il nome di frazioni di Milano, Breda di Piave (Treviso) e Varazze (Savona); Pero dei Santi , di Civita d’Antino (Aquila); Peri, di Dolcè (Verona). A questi toponimi seguono altri che si riconducono alla stessa etimologia: Perino (Coli, Piacenza), Perosa Argentina e Perosa Canavese (Torino) Perrazze (Palomonte, Salerno), per menzionarne alcuni. Mentre storicamente desidero almeno ricordare il “Pirum de Remicta locus”, presso Calvi, di cui si parla in un documento di Montevergine del 1174 .

 

 Né vale a molto confermare la “grecità” delle ascendenze, ricordare una serie di parole dialettali usate nell’area dell’attuale comune. É risaputo, infatti, che la popolazione dell’Italia meridionale è costituita da un insieme “stratificato” che contiene strati sovrapposti di etnie e quindi di lingue.

Anche vocaboli che noi crediamo originati dal greco, spesso non sono se non adattamenti fonetici delle parole che venivano già usate nel territorio prima delle ondate migratorie. E, ovviamente, occorre distinguere tra le differenti migrazioni, a partire da quelle di epoca classica che diedero origine alla cosidetta “Magna Grecia”, fino alle altre che proseguirono dal tempo dell’iconoclastia e fino alla caduta dell’Impero bizantino.

Le prime nel tempo lasciarono senza dubbio una traccia profonda. Ma va ricordato come le popolazioni che diedero vita alla fioritura delle colonie greche furono assorbite pacificamente (e non con invasioni) da quelle dell’entroterra, come accadde a Paestum; e che la dominazione romana, penetrando capillarmente nel tessuto sociale del territorio, nel giro di pochi secoli fu in grado di “latinizzare” la parte meridionale della Penisola,

appropriandosi tuttavia di un vasto sostrato linguistico composto da parole di lingue italiche e preindouropee, di cui è ampia documentazione nel vocabolario italiano e nella toponomastica locale .

 

Se, dunque, non si parlò più il greco antico, le migrazioni bizantine dovute agli spostamenti di soldati, funzionari e mercanti all’epoca della pacifica dominazione da parte di Costantinopoli dell’Italia meridionale; poi ai monaci scampati alla persecuzione iconoclasta; quindi ai fuggitivi di fronte all’invasione musulmana, provocarono quella grecizzazione di numerose e vaste aree, alcune tra le quali sono ancora fiorenti .

 Adoperare determinati vocaboli dialettali come dimostrazione della loro derivazione dal greco è assolutamente inutile; tanto più che alcuni tra essi sono mutuati da altre lingue o la loro interpretazione è errata.

Così, la parola “trupeia” (il temporale estivo con fragore di tuoni) non trova la sua spiegazione nel verbo greco “trepo”, come si pretenderebbe, ma nella dialettizzazione del vocabolo “tromba”, e quindi dal suono improvviso e prolungato che ricorda quello delle precipitazioni metereologiche; oppure “lontro” (pozzanghera) che non deriva dal greco “lutron” ma da una voce preidoeuropea dal giusto significato di acqua stagnante, entrato a far parte di diverse lingue e che è lo stesso riadattato dai Romani per il nome di Londinium (Londra) dove i Greci non ebbero insediamenti .

Il filone di indagine, piuttosto, deve anche adoperare altri elementi per definire le origini etniche della popolazione e, di conseguenza, per individuarne e delineare le sue tradizioni, la sua cultura togata e popolare, la sua storia.

 Alcune tracce utili si possono rinvenire ancora direttamente in mezzo al tessuto umano.

 

Nei cognomi, nelle devozioni, nella toponomastica più dettagliata. Segni lasciati da antichissimi progenitori che vanno decifrati perché contengono una storia che narra senza carte e senza espressa volontà.

 Mi sembra utile individuare prima di tutto alcuni cognomi fra quelli tradizionali degli abitanti di Perito.

 

Si tratta di un’indagine che potrebbe apparire tardiva rispetto al lontano periodo dei primi insediamenti ma che invece si dimostra interessante se, dai pochi dati a nostra disposizione, è possibile individuare una serie di famiglie rimaste sempre sul territorio nel corso dei secoli. Prendiamo in esame lo Stato d’anime redatto nel 1683. Siamo all’indomani della terribile peste del 1656 quando un certo “rimescolamento” della popolazione si può notare in più località del Regno, in seguito agli spostamenti di molti individui e nuclei che andavano ad occupare i vuoti di alcune comunità provocati dall’epidemia.

Per quanto riguarda Perito, sembra che i nomi più antichi continuino a corrispondere a quelli presenti in questo stato d’anime. Pochi ceppi originari attribuivano il cognome a tutta la popolazione. Sono Apolito, Baglivo, Baldo, Cecchi, Cerillo, Cipriano, Errico, Feolo, Lava, Morra, Meglino, Mondillo, Narduccio, Visco, Volpe e distinguono le famiglie ormai divise in vari rami. Fra questi, soltanto due (Apolito e Cerillo) sono i cognomi di chiara derivazione greca mentre tutti gli altri, anche nel caso fossero stati attribuiti ad antenati di origine bizantina, contengono comunque nomi o soprannomi di origine locale .

 Uguali considerazioni possono muoversi per quanto riguarda i toponimi che appaiono quasi esclusivamente di origine locale. Poche parole ci dicono molto sul territorio e sui suoi più antichi abitanti.

 La conformazione e le caratteristiche del suolo e delle colline circostanti sono richiamate da nomi come Acqua Fetida, Balzata, Chianella, Cocuzzo, Isca del Calabrese (dalla voce “calabrix” che significa “biancospino”, a sua volta derivante dal preindoeuropeo “cala”= “frana”, “fosso”, “burrone”), Isca di Fiumara, Laghi,

la Padula e Pantagnole (sempre con significato di grossi pantani), Pizzi, Serra, Serrone, Tempitella (relitto linguistico di un’antichissima voce mediterranea che nel Medioevo significava “altura” o “rupe”), Tevola (dalla voce “teba”, già usata presso i Sabini con significato di “colle”, e presente in ambito egeo pre-ellenico e sannitico), Valle Cupa, Valli.

 L’asprezza o le potenzialità del territorio vengono quindi conosciute e considerate. Non esisteva solo il Perito con il Perato e il Peraino dove a lungo fruttificarono le piante che diedero nome al futuro paese; ma anche luoghi chiamati Cannitelle, Cerasa, Cerritello, il Cersito, Cotomazza, Foresta della Noce, Prato, Prato grande, Sovarito,Vescitelle (dal mediterraneo “viscilia”=querciolo).

 

 Siamo dunque in presenza di una natura in grado di essere addolcita, lavorata, economicizzata. I toponimi ricordano un antichissimo lavorio che dovette durare lunghi anni e che rese gli abitanti in grado di vivere sempre più comodamente sul territorio dove avevano scelto o dovuto vivere. Acque incanalate, campi seminati, terreni spartiti, alberi impiantati, originarie costruzioni, sono all’origine dei nomi attribuiti a luoghi di Perito come Caselle, Castagneto, la Fontana, Fico di Puglia, Granato, li Limiti, Mojo (“moggio”), Moliniello, Ortale, Pastena (dalla voce medievale “pastinare”, ossia smuovere la terra per mettere a dimora le piante germogliate), Turri, lo Vignale, Vigne vecchie.

Più lontano, oltre i campi, si indovina il pascolo con le sue possibilità e i suoi pericoli per gli uomini e per le bestie: Capritielli, Isca del lupo, Piano di S.Vito (dal nome del Protettore dei greggi), Orto della mandra.

 E finalmente ecco in prima persona questi uomini di cui sono almeno rimasti i nomi, ancora una volta presenti in nomi e cognomi longobardi, italici o qualche volta greci. Se Apolito e Casa di Marino sono toponimi che ricordano gli avi bizantini, Dafieri ci riconduce al diffuso longobardo Dauferio che evoca i conquistatori impiantati sul territorio e resi padroni delle montagne e dei primi casali, insieme all’altro nome di località Aria d’Amato. Acqua di Cola, Acqua di Martino, Costa di Morrone, Falla (Raffaella), Isca di Lante (Lando), Mancuso, Mango (Magno), Piano d’Andrea, Piano di Camilla, Serra di Leo, costituiscono ancora le uniche memorie di personaggi altrimenti assorbiti dal tempo, cui si deve lo sviluppo di questa terra.

Non sappiamo altro di loro se non che furono i proprietari di queste zona, e che vissero in tempi imprecisabili, eventi non riconducibili a un protagonista conosciuto.

 A chi faceva riferimento la fama pubblica quando si parlava di Chiusa di Latrone e Femmina morta? quali oscuri avvenimenti dovevano aver riempito le cronache orali, e poi i ricordi e le immaginazioni di un passato così lontano da non essere più ricostruito? quale tempesta poteva aver sconvolto i contadini e i pastori avventurati sull’Isca de li Truoni? Forse un memorabile nubifragio aveva colpito o colpiva la zona con una notevole periodicità, in un’epoca in cui la “piccola glaciazione” o l’irrigidimento climatico rendevano più frequenti i temporali, i lampi e la grandine, con effetti spaventosi come quelli che nel 2007 hanno provocato la morte di una persona colpita da un fulmine in pieno paese.

 Altri dettagli ci parlano di questi abitanti di secoli medievali e di quelli ancora più lontani. Essendo il campo d’indagine limitato al territorio di Perito, sarebbe inutile ricondurci ad una storia generale dell’area cilentana che è generalmente conosciuta. Ma occorre menzionare almeno i riferimenti che rendono consapevoli come l’attuale comune non rimase certo isolato nel susseguirsi delle migrazioni e delle invasioni e quindi nell’apporto delle nuove etnie.

 Una pietra lavorata per essere inserita nella parte inferiore del campanile merlato della chiesa parrocchiale di S.Nicola sembra contenere tracce di una strigidatura tipica dell’età imperiale. É chiaro che, ove si tratti di un pezzo di materiale di risulta proveniente da un altro edificio, possano esistere dubbi sulla sua effettiva provenienza. Ma di sicuro non sarebbe l’unico elemento in grado di ricordare un manufatto romano, dal momento che il toponimo Silicara, ricordando ancora la pietra lavorata, esprime anche, nel parlare medievale, la presenza o l’affiorare di un’antica strada romana, (da cui prese certo il nome anche la famiglia che abitava nei pressi o che possedeva quel terreno) così come i comuni toponimi “via strata” e “via petrosa” ; dettaglio confermato per Perito dalla presenza di una località Aria (“spazio”, “aia”) della via che costituisce la prova ulteriore della presenza di una vecchia via abbandonata.

A questi dettagli si affianca la denominazione della località “Capitielli” che potrebbe aver costituito il ricordo di edifici vetusti ed elaborati le cui tracce dovettero rimasero a lungo evidenti; tracce conservate in un ulteriore toponimo “Casa Antica” che evoca una costruzione che sicuramente doveva avere la sua importanza strutturale, in grado di far presa sull’immaginario della comunità.

Né va dimenticato che la vicinissima frazione di Ostigliano discende nel suo nome da un chiaro prediale romano: dal nome di Hostilius che fu il proprietario dei luoghi, padrone di un latifondo cui ha lasciato per sempre il proprio onomastico.

 Il toponimo “li Grieci” può lasciar formulare nuovi interrogativi. Come quello “Aria del Monaco”. Chi sono “li Grieci” il cui ricordo è ancora vivo a tanti anni di distanza dalla loro esistenza?

 La presenza di una comunità ben distinta illumina anche la rimanente parte della popolazione: di sicuro, all’epoca in cui il toponimo viene fissato nel territorio di Perito, gli abitanti del luogo erano in grandissima maggioranza di rito e di lingua latina. Non può spiegarsi altrimenti l’indicazione curiosa e particolare che indica solo alcuni fra coloro che risiedevano nella località. Si trattava, probabilmente, dei superstiti seguaci del rito orientale che, nel corso di alcuni secoli, venne tenacemente combattuto da non pochi vescovi meridionali, timorosi che in mezzo a quei fedeli ancora legati ai ricordi dei vecchi eremiti, dei cenobi e delle laure isolate, potesse annidarsi l’eresia e lo scisma. In non poche località, dunque, si operava perché le comunità culturalmente (se non etnicamente) unite al mondo bizantino venissero ricondotte nell’alveo della Chiesa di Roma.

Sia traumaticamente che pacificamente, quasi tutti finirono per adattarsi al culto generale, specialmente quando l’influenza dei Benedettini penetrò nelle più isolate località cilentane, sostituendo preghiere e devozioni orientali. Così, per restare nel Cilento, il vescovo di Policastro Ferdinando Spinelli, intorno al 1572 imponeva alle chiese ed ai sacerdoti greci della sua diocesi di conformarsi al rito latino; il vescovo di Capaccio Lelio Morello nel 1592 vietava a Rofrano il rito greco mutuato dai Basiliani;

e l’altro vescovo caputaquense Andrea Bonito nella seconda metà del Seicento ordinò addirittura di bruciare libri sacri, codici e documenti del monastero greco di S.Nicola di Cuccaro Vetere e quelli ancora conservati a Rofrano .

 Il mondo bizantino ancora pacificamente vivo prima di tanto scempio, si scorge dietro al toponimo “Laura”.

E poi, dietro il titolo stesso della parrocchia di Perito, dedicata a S.Nicola, uno tra i più venerati Santi della devozione orientale. In realtà non è questa l’unica traccia del culto tributato a un Santo molto amato nel mondo greco. In paese infatti, per secoli è esistita una cappella dedicata a S.Sofia che però era già diruta nel corso della S.Visita del 1693 .

Mentre S.Elia, così caro alla devozione orientale e patrono di molte chiese e cappelle, è richiamato da un altro toponimo che certo ricorda l’esistenza di un antico luogo di culto in suo onore nella campagna di Perito.

 Nella cappella di S.Maria Maddalena si trovava un altare sotto il titolo di Madonna di Costantinopoli. Quest’ultimo, però, dev’essere considerato con molta attenzione. Da un lato infatti, potrebbe aver costituito il ricordo devoto introdotto da profughi bizantini; dall’altro non è da escludere, come è accaduto per la città di Salerno che la presenza di un quadro di fattura bizantina, molto venerato, rappresentante la Madonna o di un’autentica icona orientale regalata, acquistata o lasciata in eredità, sia stata a fondamento di un culto diffuso in mezzo a tutta la popolazione dopo la caduta dell’Impero.

 Quel che mi sembra evidente è comunque il dato che la coesistenza con il mondo orientale sia terminata nel volgere di pochi secoli, e che le tradizioni, la lingua e, in definitiva, la cultura greca, siano state assorbite entro i primi secoli del secondo millennio.

Dimostrazione, a mio avviso, che la presenza di una popolazione bizantina non deve essere sovrastimata dal punto di vista numerico, e che la sua consistenza è da considerarsi sempre molto inferiore a quella di altre etnie presenti nella zona, nonostante l’autorevolezza dei suoi esponenti religiosi e l’elevato numero delle fondazioni sacre continuate anche in età longobarda .

 Le devozioni longobarde emergono innanzitutto con il culto per S.Michele, qui ricordato dal toponimo S.Angelo, ritenuto dai primi invasori cristianizzati come il custode delle grotte e delle cavità montane, nelle cui viscere era stato incarcerato per sempre il diavolo tentatore e nemico del genere umano.

Il passaggio al culto per l’Arcangelo segnava infatti la dissacrazione dei centri rurali dove ancora alcuni discendenti del popolo nordico conservavano le loro credenze pagane. Posti su rilievi montuosi, questi luoghi sacri ritrovavano nelle caverne e negli anfratti le antichissime credenze nordiche legate al culto del serpente, ritenuto simbolo delle potenze del sottosuolo e delle capacità riproduttive dell’uomo. La sostituzione del dio Wotan con la figura del Principe delle Milizie celesti e del serpente con il dragone infernale, era completata dall’edificazione o dal nuovo uso di cappelle rurali che sarebbero state frequentatissime anche dall’etnia longobarda .

 L’altro toponimo dedicato a San Benedetto ci illumina poi su quelle presenze di ampie signorie monastiche, sorte in conseguenza della protezione dei principi arechiani che agevolavano gli stanziamenti dell’Ordine nei loro domini, sia per garantire la difesa del territorio che per elevare le condizioni socio-economiche degli abitanti .

 La località “Torri” si inserisce bene in questa nuova forma di insediamento che, sfruttando la conformazione del suolo, è in grado di formare intorno al “castrum” di Gioi una serie di fortificazioni in grado di rendere più sicuro il territorio.

 Dauferio, Amato, Lando sono tra i personaggi ricordati dalla topografia locale. Sono nomi che corrispondono ad onomastici molto usati nel periodo longobardo, e proprio nel territorio salernitano e cilentano. Basterà ricordare per tutti l’arcivescovo di Salerno Dauferio (992-993), Lando vescovo di Capaccio nel 989, Amato anche vescovo di Capaccio nel 1047-1059, S.Amato vescovo di Nusco nel 1063. Siamo dunque in presenza di elementi molto chiari che consentono di retrodatare gli eventi di maggiore importanza che hanno contraddistinto l’insediamento di Perito. É indubbio come la grande paura del mare che per secoli ha limitato le potenzialità di ampi territori dell’Italia meridionale, abbia indotto molte popolazioni delle aree più vicine alla costa a trovare rifugio in zone montane meno esposte alle incursioni dei Saraceni prima, dei barbareschi poi. Ma le famiglie, i gruppi e i nuclei che si spostarono verso l’interno non trovarono ovviamente una regione del tutto priva di abitanti, anche se le epidemie del VII secolo avevano certamente inflitto a tutto il Mezzogiorno un tracollo demografico che dovette pesare a lungo sullo stato numerico della popolazione.

 

 Dunque, anche in una comunità come Perito, che non ha mai contato un elevato numero di abitanti è possibile constatare il fenomeno di contrapposizione etnica e linguistica che ha caratterizzato tutta l’Italia meridionale, stratificando e poi uniformando le diverse componenti stanziatesi nel corso dei secoli.

 

 

 

 

 

 


Il Quattrocento

 

(…) Il Quattrocento si chiude appunto con le prime notizie sui feudatari di Perito. Pur facendo parte del più vasto stato di Gioi, il paese ne era stato distaccato, in seguito all’avocazione alla Corona dei possedimenti di Mariano di Marzano, barone di Novi e principe di Rossano. Il grande feudo di Gioi stava acquisendo importanza per le sue fortune economiche, in seguito alla produzione della seta ed alla rinomanza delle sue fiere; e per questo i suoi proventi consentivano di procedere all’investimento finanziario. Nel 1451, dunque, il re Alfonso d’Aragona concesse il mero e misto imperio e la giurisdizione penale su Gioi ed Eredita a Massimo Caracciolo;

mentre nel 1472 il re Ferrante vendeva per 2.019 ducati a Giovan Paolo del Doce i feudi di Gioi, Novi, Mandia con il mero e misto imperio, eccezion fatta per la giurisdizione penale che rimaneva ai Caracciolo, secondo la consueta logica patrimoniale delle acquisizioni feudali che prevedeva anche lo scorporo nelle giurisdizioni,

a secondo delle possibilità finanziarie dei compratori. Ma già nel 1476 lo stato passava al primo ministro Antonello de Petruciis, cui pure venne sottratto poco dopo, in seguito al suo arresto. Qualche anno dopo, infine, Gioi passava a Berengario Carafa, suo maggiordomo, che lo acquistava per 5.000 carlini d’argento .

 Negli stessi anni, la Corona aveva venduto separatamente il casale di Perito alla famiglia Guarino, casa di antica nobiltà che annoverava tra i suoi antenati il giustiziere Ettore il quale aveva ricevuto dall’imperatore Federico II la custodia di alcuni ostaggi lombardi .

 Sembra che questa casa sia passata in paese senza lasciare apparenti tracce della sua presenza.

Eppure non deve essere stato così. Insieme a Perito, infatti, i Guarino avevano acquistato anche Pellare e Postiglione. É evidente che nei piani strategici dell’economia e dell’importanza familiare, la contiguità dei feudi avrebbe dovuto significare la costituzione di un vasto centro di interessi economici e politici, in grado di concentrare i ricavati finanziari dell’investimento, e di far crescere l’importanza della casa.

Il paese rimane per una ventina d’anni nelle mani del primo ramo dei Guarino: già nel 1487 la famiglia del signore che aveva acquistato il feudo appare estinta, essendo venuti a morte i suoi eredi Antonio, Giovanni e Costanza . É stato un caso, questa serie di lutti, o anche i tre nobili furono vittime delle manifestazioni epidemiche che in quegli anni colpirono tanti loro sudditi? Ma almeno Costanza potrebbe aver lasciato una labile traccia di sé; quella che Maria Bellonci avrebbe chiamato un “segno sul muro” e che noi recuperiamo nuovamente in un toponimo di Perito: S.Costanzo; il nome di una cappella rurale che apparirebbe quanto meno originale, in un’area dove non è segnalata altra venerazione per questo santo martire e vescovo di Perugia.

 

Ma che si spiega forse con la devozione della dama quattrocentesca per il protettore celeste di cui porta il nome, e in cui onore fa intitolare un luogo di culto riservato ai contadini, se non ai lavoratori delle sue terre che potevano così riservare uno spazio dell’anima alla stessa pietà della loro feudataria.

 Eppure, morti questi personaggi, avocati i feudi alla Corona, i Guarino non rinunciano al progetto di costituirsi uno stato feudale: Giovan Pietro de Guarino riprende subito in mano la situazione e acquista per la somma di 3.000 ducati i casali che furono dei suoi parenti. Una cifra equa, per l’importanza economica di queste terre; un’importanza che probabilmente Giovan Pietro che muore nel 1504, e poi suo figlio Marcantonio sapranno abilmente accrescere negli anni successivi.

 Quando infatti, gli apprezzatori che devono valutare le capacità contributive dei casali cilentani staccheranno Gioi, Perito e Pellare dal più esteso contesto dell’antico stato feudale, gli abitanti delle vicine università se ne lamentano. Il 6 giugno del 1513, infatti, Gerolamo de Francesco, luogotenente del camerario del Principato, comunicava ad Alfonso de Gennaro, il grande nobile napoletano allora commissario per il Focatico di Principato citra, che i casali di Sala, Salella, Moyo Troyano, Vetrale, Piano e Ostigliano, già tassati insieme alle università distaccate, erano preoccupati di dover versare lo stesso pagamento di quando erano conteggiati insieme. Infatti, Gioi, Perito e Pellare, a detta degli abitanti dei paesi vicini, “i più facoltosi restano ipsi casali”, a differenza di quelli dei ricorrenti: “esponenti povere etiam impotenti che per impotentia et povertà non ponno satisfare li pagamenti fiscali, in non poco damno preiudicio et interesse de ipsi esponenti” .

 La supplica che veniva prontamente accolta dalle autorità, mostra dunque una situazione che a Perito appare ottimale; e cui è possibile che abbia contribuito la buona amministrazione feudale. Se per Gioi, infatti, si può pensare ai benefici delle sue fiere, Perito e Pellare appartengono allo stesso signore, e la loro contiguità con il centro economicamente più importante non è maggiore di quella di Piano o Ostigliano.

 Tuttavia, i progetti non vengono condotti in porto. Probabilmente l’attenzione della famiglia Guarino si concentra su altri investimenti più redditizi, anche in altre regioni, poiché un suo ramo fa parte della nobiltà di Lecce .

 

 Marcantonio cede il feudo ad Isabella Guidana nel 1533 per 3.700 ducati ma nell’atto di vendita aggiunge la clausola del riscatto: una formalità spesso utilizzata dai nobili che sperano in tempi migliori e che consente di mantenere una sorta di ipoteca, di interesse, sul luogo: un interesse che durerà a lungo, se il figlio di Marcantonio, Emilio, trasmette ancora la clausola al suo congiunto Fabrizio Guarino .

Ma anche il dominio di Isabella dura poco, dal momento che Perito e Pellare passano ai Pignatelli di Monteleone, eredi di Berengario Carafa che aveva ricostituito nel Cilento l’antica estensione feudale della baronia di Novi. Infatti Novi e Gioi erano stati venduti dal re Alfonso al suo maggiordomo Berengario che assicurava anche l’assoluta fedeltà alla casa d’Aragona; e Federico III a questi possedimenti aggiungeva Cuccaro, ed il mero e misto imperio su Laurito, Montano, Massicelle e Monte Cicerale. Tutti feudi che sarebbero passati a Giulia Carafa, figlia di Berengario e sposa di Camillo Pignatelli, duca di Monteleone (l’attuale Vibo Valentia), figlio del famoso eroe Ettore Pignatelli .

 

6 - Parlando di Ettore, si apre uno scenario che vede protagonista uno tra gli uomini più illustri del Regno.

La fama delle sue opere per molti tratti assume quasi l’alone della leggenda. Re e imperatori, visioni celesti e campi di battaglia fanno parte della sua storia e di sicuro sono stati evocati infinite volte nel lontano feudo cilentano, dai sudditi del figlio, meravigliati da un tale splendore.

 Aveva acquistato la terra di Monteleone e, per i servigi resi al re Ferdinando il Cattolico vi aveva prima ottenuto da lui il titolo di conte, poi quello di duca dallo stesso imperatore Carlo V. Ricoprì cariche di prim’ordine con generale soddisfazione: scrivano di Razione, revisore della Real Camera, luogotenente del Gran Camerario e ambasciatore in Spagna per trattare il matrimonio fra il primogenito del re Federico con una figlia di Ferdinando il Cattolico.

 Contro di lui un opuscolo di Gian Battista Marzano agitava nell’Ottocento il sospetto che nella sua qualità di luogotenente abbia potuto ottenere Monteleone falsificando carte del cedolario del1508 su investiture e privilegi. L’accusa sembra del tutto infondata ; ma senza dubbio il Pignatelli ebbe il maneggio di affari importantissimi, in cui manifestò tuttavia doti di onestà e capacità fuori del comune.

 Le cronache ci mostrano un uomo devoto, leale, fedele alle sue promesse.

Prese le armi in favore di Carlo V, Ettore Pignatelli venne fatto prigioniero nel corso di uno scontro con le truppe francesi capitanate dal Lautrec e mandato prigioniero in Francia. Qui il duca ebbe modo di avvicinare S.Francesco di Paola che in quegli agli era stato richiesto presso la Corte dal re Luigi XII il quale ne aveva fatto espressa domanda al Papa, con la manifesta speranza che il Frate calabrese l’avesse guarito dalla sua grave malattia. É ben saputo come invece il Taumaturgo abbia subito disilluso il sovrano, assicurandogli che Dio chiedeva la sua morte; e che lui stesso era giunto nel Regno per prepararlo al grande passo e salvargli l’anima. Disposizione che il re Luigi XII accettò con estrema rassegnazione, fino appunto alla sua morte edificante, dopo aver accolto, onorato ed ospitato il Santo in un piccolo eremo presso la residenza reale.

 

 In questo periodo, dunque, le condizioni di prigionia non erano quelle di oggi; ai cavalieri era concesso ricevere visite e uscire sotto scorta, e proprio in una di queste occasioni il duca di Monteleone deve aver incontrato S.Francesco al quale raccomandò vivamente la sua liberazione, in virtù del grande ascendente goduto presso

Luigi XII. Il Santo non solo ottenne quanto Ettore Pignatelli gli aveva domandato; ma gli profetizzò anche la futura ascesa alla carica di viceré di Sicilia, e gli chiese, una volta che fosse stato insignito di questa suprema dignità, di ricordarsi di lui e di fondare a Palermo due conventi per i suoi religiosi dell’Ordine dei Minimi, uno maschile e l’altro femminile. Il duca non dovette stentare a credere nella profezia, se egli stesso era a conoscenza del passaggio del Santo per Napoli e dei prodigi che avevano accompagnato il suo soggiorno nella capitale.

Tornato in libertà egli fu dunque effettivamente creato da Carlo V viceré di Sicilia, in un momento di estrema difficoltà per l’isola che era sconvolta da una sanguinosa ribellione. Ettore Pignatelli, con severità e prudenza seppe recuperare il controllo della situazione, ristabilire l’ordine e realizzare una generale pacificazione.

A Palermo, secondo la promessa fatta al Santo che lo aveva liberato, istituì due conventi per i Minimi, di cui uno portò a lungo l’appellativo di Pignatelli, e inoltre fondò una compagnia di cavalieri detti della Carità, per assistere i malati dell’ospedale di S.Bartolomeo .

 Due notizie ancora su di lui ci ricordano Perito. Quasi per caso? oppure la volontà di quest’uomo potente e lontano era riuscito a mettere radici anche nell’animo del figlio e ad influenzare in poco tempo gli avvenimenti del lontano feudo cilentano?

 Ettore, infatti, tra i segni della sua munificenza, fondò a Monteleone un monastero francescano sotto il titolo di S.Maria di Gesù, cui, oltre la dote, regalò dodici statue di alabastro raffiguranti gli Apostoli, due della Vergine, e una di S.Luca ed una di S.Maria Maddalena, proprio la Santa che ritroviamo venerata a Perito; e a Rosarno istituì un altro convento di Domenicani, religiosi che ancora a Perito stabiliranno la loro Regola, sia pure sotto forma di Confraternita .

 Camillo, dunque, secondo duca di Monteleone, luogotenente di Sicilia, fu signore di Perito in virtù della dote portata da sua moglie Giulia Carafa. E la sua influenza sul feudo possiamo solo immaginarla se, come il padre, egli fu un uomo d’armi, costretto a rimanere lontano dagli interessi familiari: combattente contro le truppe del Lautrec, fu per gli invasori un eccezionale avversario, un campione che si spinse per combatterli fino in Puglia dove trovò la morte nel 1528 .

 A lui seguì il figlio Ettore che portava il nome del grande nonno. Il feudatario di Perito viene raffigurato in maniera ingenerosa nelle pagine locali, ricche come al solito delle immaginazioni scolastiche.

 

Non è possibile soffermarsi su questa antica abitudine ancora dura a morire e che deriva dalle reminiscenze dei luoghi comuni e dalla mancanza di aggiornamento. É possibile solo ricordare che per i feudatari spesso il feudo costituiva un investimento, come oggi possono essere i fondi di investimento; che per lo più (fatte sempre le debite eccezioni) essi si comportavano in maniera generosa con i propri sudditi, e che anzi erano proprio questi ultimi a desiderare spesso una maggior presenza dei loro signori in paese, dal momento che ogni visita comportava l’arrivo di un numero considerevole di parenti, amici, servitori e personale che avrebbero speso in beni e servizi, arrecando un considerevole beneficio economico alla comunità.

Le tasse che gli abitanti pagavano erano spesso molto meno gravose di quel che si immagina, e di frequente compensavano le enormi spese sopportate per le fortificazioni, le edificazioni, i soccorsi che venivano affrontate dal feudatario nella gestione amministrativa. Le cronache sono piene di notizie su aristocratici e vescovi che, dopo una catastrofe naturale, impiegavano somme enormi per la ricostruzione e gli interventi; o che istituivano ospedali e case per la cura o la tutela dei poveri e degli ammalati.

 É chiaro che quando gli affari del nobile andavano male o i suoi interessi si spostavano verso un’altra regione, ci si doveva liberare dei feudi meno redditizi; e questo non era certo un male per la popolazione che poteva ricevere maggiori benefici da un signore più ricco. Così, con buona pace di molti appassionati del romanzo storico, costituiscono sovente una pura fantasia le notizie sulle prepotenze baronali che, quando si verificavano, erano appunto considerate soprusi e spesso venivano puniti da una giustizia sovrana che non si curava del ceto sociale del perseguito.

 Ettore II Pignatelli, dunque, ereditava il feudo dalla madre Giulia che moriva nel 1538. Ma di esso si liberava ben presto, se già nel 1542 Perito apparteneva alla famiglia Giardino.

Se ne liberava perché “sopraffatto dai debiti” è stato scritto, dopo aver aumentato le tasse . In realtà, Ettore era intento ad affrontare un globale riordino dei suoi feudi in seguito ai grandi impegni finanziari che stava affrontando la sua famiglia in quegli anni di assestamento. Il duca di Toledo, viceré di Napoli, concedendo il suo assenso nel 1539 alla vendita di Massa e Spio a Barnaba Pinto, poteva scrivere che Ettore “vix vivere potest propter magnam summam debitorum in quibus involutus reperitur” . I Pignatelli scontavano i problemi della guerra, delle invasioni francesi, delle scorrerie dei banditi e cercavano di soccorrere le popolazioni dei propri vecchi feudi soffocate dalle prime tensioni socio-economiche poi ampiamente manifestati durante il secolo.

Basterà ricordare come Fabrizio, fratello del nostro Ettore e priore di S.Eufemia dell’Ordine gerosolimitano, dopo aver combattuto anch’egli contro i Francesi nel 1528, affrontò e disfece l’esercito del brigante calabrese Marco Berardi, chiamato Re Morcone, forte di 1.500 uomini, che invano le truppe vicereali avevano cercato di sgominare. E che nel 1565 armò a sue spese un contingente di 300 soldati per soccorrere l’isola di Malta assediata dai Turchi. Sempre mantenendo un alto livello del proprio prestigio, egli aveva istituito a Napoli un ospedale per i pellegrini con annessa una chiesa; istituto che fu edificato sul luogo dove possedeva una meravigliosa villa, e che dotò con 1.500 ducati, affidando poi la continuazione dell’opera a suo nipote Camillo che la ingrandì e l’affidò alle cure di una congrega, detta dei Pellegrini, di cui i Monteleone ebbero in perpetuo il titolo di Primo Fratello .

 

 Il duca Ettore II aveva, si, chiesto ai suoi sudditi, prima della vendita del feudo, il pagamento di un carlino a fuoco; ma questa domanda era stata avanzata in compenso della concessione alle comunità locali di alcune sue importanti prerogative economiche: i diritti di portolania e di pesi e misure che da allora i paesi avrebbero potuto gestire a loro piacimento .

 Inoltre Ettore scelse come capitano e auditore generale della baronia di Novi un uomo di grandi capacità amministrative, nella persona di D.Gaetano Teotino il quale si preoccupò di ogni aspetto della vita pratica delle popolazioni, dal commercio all’igiene, mettendo in atto quelle semplici regole di vita comune che, se attuate, sarebbero state in grado di arginare tanti fenomeni epidemici. Si prescrisse, per esempio, di non usare il suolo pubblico come deposito di pietre e legna, di non spargere immondizia per le strade, di non lasciare insepolte le carogne degli animali o lasciar vagare per le strade dei paesi il proprio bestiame, di tagliare le siepi almeno ogni dieci anni, di spazzare ogni mercoledì e sabato il tratto di via dinanzi alle singole abitazioni .

 Erano tutti provvedimenti attuati per il bene della baronia, potenzialmente in grado di assicurare ordine e giustizia, che venivano richiesti e concordati con i cittadini. Le “grazie”, come essi stessi le chiamavano, scrivendo ora con autentica devozione, ora con quel garbo paesano che procede secondo i canoni di una buona educazione rispettosa. Nei fatti, i sudditi erano fermi sulle loro posizioni, sapendo che i contenuti delle loro richieste si stavano diffondendo nel Regno, e che queste sarebbero state soddisfatte a tutto beneficio dei propri interessi e del buon andamento della vita sociale.

La quale, ovviamente, se favorita da un ambiente adatto, garantisce quella pace generale che protegge le attività, i raccolti, gli affari, e procura il pacifico afflusso di tasse e contributi nelle casse ducali. Quando gli abitanti di Cuccaro domandavano al potente feudatario i desiderati privilegi, ne ricordavano con precisione gli antenati, e scrivevano, secondo i formulari cerimoniosi, ricordando la loro terra come “fidelissima et affectionatissima vassalla per se et suoi casali supplica V.I.S. che resti contenta, et servita confirmatione, et quonimus opus de novo concederle tutte le grazie, immunità, et privilegij che aveno goduti, et dicono da tempo antiquissimo et immemore: et permissioni gratie, et concesioni fatte per li Ill/mi Signori Conti, et Duchi vostri processori, et specialmente per lo Ill/mo Camillo Conte di Borrello vostro Bisavo, Ill/mo Duca Hettorre vostro Avo, et Ill/mo Duca Camillo vostro padre di felicissima memoria” .

 Del resto, in tempi normali le difficoltà finanziarie non avevano angustiato i Pignatelli, se Camillo I, per ricompensare un suo fedele, nel 1526 aveva ceduto in suffeudo il territorio di Falotta, presso Novi, al nobile Francesco Prosquillo, con l’obbligo di pagare un’adoa davvero simbolica, consistente in “un paio di sonagli di ottone ogni 15 agosto” . Il feudo di Perito era dunque ceduto da Ettore alla famiglia Giardino; la giurisdizione sulle cause penali, però, era separatamente venduta a Marco Antonio Pepe, di Napoli.

Ma nelle sue vendite il duca aveva voluto aggiungere la clausola del riscatto: evidente segno di interesse per la zona in cui si lasciava il segno della sua influenza, in caso fosse stato utile estendere il diretto dominio sul territorio .

 Anche la famiglia Giardino stava emergendo fra le altre case signorili cilentane, e si stava preparando al suo grande e definitivo passaggio nelle fila della nobiltà feudale. Certamente diversa dalla famosa stirpe Giardina siciliana, la casata era forse la stessa già presente a Prignano e ricordata nel censimento del 1489 quando vi risiedevano due famiglie de Jardino: una composta dal sacerdote Antonello e da sua sorella Rosa che era vedova di Antonello de Mondello, di Perito; l’altra dai fratelli Andrea, Francesco e Jacobo e dalle loro famiglie . Si ritrova più tardi a Felitto dove nel 1586 vivevano i regi notai Terenzio e Mario e dove ebbero in patronato la chiesa del Carmine, ereditata dalla famiglia Golelli . A Castelluccio, invece, il pio Orazio Giardino nel suo testamento aveva disposto che con i suoi beni si fondasse un monastero di monache cappuccine, in cui potessero anche entrare senza dote le donne sue parenti; volontà che venne lievemente mutata dal vescovo di Capaccio Lelio Morello il quale si fermò in paese per il disbrigo di questo ufficio, e rapidamente chiese ed ottenne dalla S.Congregazione dei Religiosi di istituire un convento femminile sotto la Regola di S.Chiara .

 

 Da poco giunti all’acquisto del feudo e sicuramente ancora provati per lo sforzo finanziario, i Giardino applicarono tutte le possibilità previste dalla legge per ottenere dal loro possedimento il reddito sperato, e forse non applicato, dai precedenti, ricchissimi signori. Così, già il 26 dicembre 1542, il nuovo utile signore di Perito Luigi Giardino si rivolgeva alla Real Camera della Sommaria per denunciare come gli abitanti del paese si rifiutassero di pagargli la tassa prevista in occasione delle nozze della figlia del feudatario, e che era calcolata in 5 carlini per famiglia, “iuxta dicte costructione et capituli del regno” e “iuxta lo cedulario de questa Regia Camera” .

Anche in questo caso, non si trattava dunque di una inaudita angheria: il pagamento di una tassa, la “sovvenzione” in occasione del matrimonio della figlia del locale signore, era una norma prevista dalla legge e accolta dagli statuti delle università; anche in questo caso, nei “parlamenti” degli anni o dei secoli precedenti si era certamente discusso di quanto il feudatario era disposto a concedere in futuro e di quanto erano disposti a pagare i sudditi per l’amministrazione. Se la sovvenzione era caduta in disuso, non era stata però soppressa dagli ordinamenti. Ed è questo il motivo che spinse

Luigi Giardino a fare ricorso nei confronti dei propri sudditi. Una vertenza legale, dunque, fra le moltissime che opponevano i feudatari e i loro vassalli, e che dimostra ancora una volta come anche a questi ultimi fosse consentito resistere alle richieste dei signori, e addirittura di essere controparte in giudizio.

 Proprio la normativa dava tuttavia ragione a Luigi Giardino, tanto che i giudici riconoscevano il diritto alla sovvenzione ed ordinavano il pagamento, da versare entro otto giorni dal ricevimento del decreto, sotto pena di una multa di 50 once , una cifra che era pari a 300 ducati, a loro volta equivalenti a 3.000 carlini.

 Il matrimonio di Giuditta Giardino con il nobile Giovan Battista de Nisco non era dunque celebrato con le benedizioni dei sudditi; e probabilmente i cattivi rapporti tra un feudatario non indulgente e gli abitanti che tendevano a risparmiare sulle uscite, dovette pesare sulla decisione di rivendere Perito ai Pignatelli; mentre anche la giurisdizione sulle cause penali e miste passava per alcuni anni da Mario Pepe a Barnaba Pinto che la riceveva con il consenso del viceré, il 26 febbraio 1546 .

 Barnaba era uno tra i nobili emergenti del Cilento, e cercava di costituirsi un dominio feudale che fosse considerato ben al di là delle grandi proprietà dei gentiluomini locali. E perché non indorare il proprio cimiero? Numerosi erano i Pinto cilentani ricordati nella numerazione del 1489 ; ma non è possibile ricondurli ad ogni costo alla nobile famiglia salernitana, come si è cercato di fare . In primo luogo, Pinto era sicuramente un nome di Battesimo usato nel Medioevo (dal significato augurale “così bello da sembrar pinto”, ossia dipinto), e quindi diffuso tra non consanguinei; è noto poi come già in quegli anni, nel capoluogo vi fossero famiglie che avevano assunto questo cognome ma appartenevano a ceppi del tutto diversi, come alcune case di origine ebraica.

Barnaba Pinto, dunque, nel momento in cui acquisiva diritti feudali su Perito, stava espandendo la propria influenza sul territorio. Un feudo, è opportuno ricordare, non era semplicemente costituito da una determinata terra con un castello, sudditi e tassazioni.

Anzi, spesso le dirette proprietà feudali costituivano una minima parte all’interno del paese dove anche il signore era tenuto a rispettare proprietà e diritti dei singoli. Piuttosto, il feudo era costituito prevalentemente da una serie di diritti, come appunto il pagamento di determinate tasse o sovvenzioni, che i sudditi dovevano corrispondere per legge. Tra le prerogative vantate dal feudatario, la più importante era l’amministrazione della giustizia, con le entrate che spettavano per gli atti giudiziari e le multe, e che frequentemente costituivano un diritto feudale a parte: un vero e proprio feudo senza territorio, come accadeva per i diritti di gabella feudali, dalla decima delle pecore a quella sul rotolo delle carni, su cui si potevano istituire distinte baronie, tutte legate all’amministrazione finanziaria e non alla terra.

 Barnaba, in questo caso acquisisce un diritto feudale che gli avrebbe potuto garantire un’entrata che si sperava considerevole, e che comunque aumentava la sua importanza nel Cilento. In quegli anni, infatti, egli acquistava Spio (casale oggi inglobato nel territorio comunale di Vallo della Lucania) da Ettore Pignatelli,

ricevendo il consenso vicereale nel 1535 ; e quindi nel 1538 acquisiva Massa in suffeudo, ancora dallo stesso duca il quale però si riservava la giurisdizione delle seconde cause civili e criminali .

 La gestione dei feudi doveva però risultare gravosa per il nobile, se ben presto terre e diritti ritornavano ai Pignatelli che li avrebbero ceduti nel 1614 a Giacomo Zattara insieme alle terre di Novi, Cuccaro, Magliano, Gioi, e i casali dipendenti, per 47.000 ducati . Dalla famiglia di Barnaba sarebbe nato nel corso del secolo l’uomo più importante della sua casa: Donato Pinto, il sacerdote che si fece conoscere nel Cilento per la santità della sua vita e per essere stato il rettore del Santuario di S.Maria del Monte di Novi dal 1600 al 1626. (…)

 

 

 

 

 

 

 


IL  CINQUECENTO

 

 La prima traccia su chi siano a Perito coloro che vanno in pellegrinaggio o che devono pagare le tasse, ci indica solo un numero. Indizio che non è di scarso rilievo, poiché almeno segna un elemento dell’ambiente umano. Non è arrivata a noi la numerazione dei fuochi del paese relativa al 1489 e perciò il dato del 1522 è il primo sicuro che ci parla della comunità.

Un documento del tribunale della Sommaria informa dunque che in quell’anno il paese veniva tassato per 74 fuochi, corrispondenti a circa 444 abitanti se si adotta, come fa Ebner, il moltiplicatore 6 . A poco più di 370 abitanti se, più prudentemente, preferisco adottare il moltiplicatore corrispondente a 5 o 5,1 abitanti per famiglia, secondo calcoli precisi condotti su campioni in cui si sono contati uno per uno gli abitanti di alcuni centri del Salernitano.

 Solo dieci anni dopo, nel 1532, la numerazione riportata dal Giustiniani fa invece ascendere a 62 i nuclei familiari, per un totale di 372 abitanti secondo Ebner, di circa 310-320, se si adopera il moltiplicatore 5 .

Ancora una volta è evidente come un evento sinistro si sia verificato nell’arco dei dieci anni e abbia colpito duramente la comunità. Una fra le periodiche “pesti” che affliggevano l’area? Più probabilmente un’epidemia localizzata, forse difterite o una febbre virale, del genere che in alcuni mesi mietevano molte vittime, specialmente fra i più deboli. Anche il vicinissimo centro di Cardile, del resto, segna proprio in quel torno di tempo la traccia di una diminuzione che potrebbe essersi verificata con sensibile intensità qualche anno prima. Infatti, mentre il Giustiniani attribuisce al paese 39 famiglie nel 1532, ne riporta 36 per il 1545, facendoci pensare sia a una patologia divenuta forse endemica, che ad una malattia manifestatasi nello stesso anno 1532 . Sospetto che trova conferma osservando il dato di Ostigliano che passava dai 28 fuochi dello stesso 1532 ai 26 del 1545. (…)

Anche il grande terremoto del 1561 che sconvolge tanta parte del Mezzogiorno continentale, pur provocando a Perito i suoi effetti negativi, viene superato edificando con maggior fervore ed ampliando la chiesa di S.Nicola per poter più degnamente accogliere gli abitanti futuri che ci si augurava fossero più numerosi.

 

2 - Oggi la chiesa di S.Nicola nel suo aspetto architettonico interno si presenta in maniera abbastanza originale, divisa a due navate. Struttura originale ma non unica neppure in zona, se pensiamo alla chiesa di S.Maria della Strada di Gioi. Ma come per altri casi, per esempio quello della chiesa di S.Giovanni Battista in Pastorano, nelle immediate vicinanze di Salerno, l’edificio mostra un ampio riadattamento progettato, appunto, durante una fase di espansione demografica, coincidente con il periodo di ristrutturazione del tempio.


Gli Autori dell’epoca riportano alcuni particolari sull’evento che ci riconducono ad un’area molto prossima al Cilento: “proprio nell’ultimo di Luglio 1561 -riferisce il Summonte nella sua Historia di Napoli- il Giovedì appresso alle 23.hore in circa fu un grandissimo Terremoto in Napoli, e per tutto il Regno, ed anco in una parte della Sicilia, il quale mostrò maggiormente la sua forza in Principato, e Basilicata, perciò che ivi rovinò molte Terre, come furono lo Tito, Picerni, S.Nicandro, la Polla, Atena, ed altre, ma particolarmente fè molto danno nella Valle di Diano, ove non cessarono i Terremoti, anzi si sentirono quasi ogni giorno, in tanto che alli 19.del seguente mese d’ Agosto intorno alle 20.hore né fù un altro molto possente, che fù anche in Napoli sentito; per impeto, e forza del quale nelle su dette Provincie, oltre di molti altri danni, né seguì la morte di 584.persone, e la rovina di 551 Edificii trà Case, e Chiese” .

 Anche la chiesa di Perito dovette subire danni ingentissimi, aggravati dalle continue scosse di assestamento. Pure per questo terremoto, infatti, dopo alcuni giorni dall’evento principale fu avvestita una scossa molto più violenta delle altre che, per la sua intensità, dovette sembrare a molti un vero e proprio nuovo evento sismico.

Anche in paese, ad aumentare l’incertezza sul corso degli avvenimenti, si parlò certo moltissimo di quei fenomeni che altrove pareva fossero stati osservati insieme ai tremori. (…)Se gli esiti del terremoto furono gli stessi lamentati dopo altri fenomeni simili, possiamo credere che a Perito non vi furono vittime ma solo molti danni. Una chiesa vetusta come quella parrocchiale fu segnata da tali crepe o crolli che si ritenne opportuno mutarne l’aspetto, e adattare la configurazione a croce latina nell’ambito di una costruzione che conteneva un nuovo ambiente, composto da una navata laterale, addossata al vecchio edificio. (…)

L’edificio fu realizzato entro breve tempo, se già veniva consacrato il 17 febbraio del 1563 dal visitatore generale della diocesi, in assenza del vescovo Paolo Emilio Verallo.

A ricoprire l’incarico era spesso un altro vescovo. Caso consueto nei secoli passati, allorché gli impegni pastorali o di corte dei prelati più importanti li obbligavano a prolungate assenze (ma di frequente come si sa, non pochi erano coloro che non avrebbero mai messo piede nelle proprie diocesi, provocando i lunghissimi dibattiti sulla residenza, che fu tra gli argomenti principali discussi dal Concilio di Trento).

 Paolo Emilio Verallo è il presule sotto il cui episcopato venne consacrata la nuova chiesa di Perito. (…)Leone Leorino, “vescovo castrense”, colui che nel 1563 consacrò la nuova chiesa parrocchiale di Perito.

Lo nomina una pergamena dell’Archivio Diocesano di Vallo che specifica come il vescovo, nel corso della cerimonia abbia anche benedetto la campana grande , certo quella stessa che ancora nel 1698 era menzionata nelle annotazioni della S.Visita. (…)Possiamo immaginare l’apparato consueto che accompagnava queste visite e queste cerimonie: i “magnifici de regimine”, sindaco ed eletti che accoglievano il vescovo con il popolo, e lo accompagnavano processionalmente verso la chiesa tra gli spari di archibugio; la folla giunta anche dai paesi vicini per assistere ad un evento che spezzava la monotonia delle giornate invernali e per ammirare la nuova sistemazione del tempio dopo i giorni angosciosi del terremoto e i fervidi lavori di edificazione; il pontificale solenne e il rituale con cui Antonio Laurino ungeva con l’olio benedetto l’altare e le croci poste sulle nuove pareti.

 

Non era certamente un rituale considerato al limite della magia, guardato con ammirazione o con reverenziale superstizione dagli abitanti di un tempo, come una certa ricostruzione storica, anche accademica, ci ha fatto così spesso immaginare. (…)Secondo la pergamena conservata nell’Archivio Diocesano di Vallo, Laurino concesse l’indulgenza di 50 giorni ai fedeli che, recitando 3 Pater e 3 Ave, avrebbero visitato la chiesa nel giorno anniversario della consacrazione, nelle feste di S.Nicola, Natale, Pasqua, Assunzione, oltre che ogni domenica .

 É da osservare purtroppo come oggi un “incidente” abbia pesato sulla storia di Perito, privandoci di documenti materiali di notevole interesse: il “restauro” della chiesa parrocchiale voluto nella seconda metà del Novecento ha causato danni irreparabili: altari abbattuti, pavimentazione sostituita, statue e arredi finiti non si sa dove. La storia di lunghissimi anni della comunità è andata perduta in nome di un rinnovamento esteriore che non è stato neppure corrispondente ai canoni dell’estetica; e che merita attenta considerazione affinché in futuro siano evitati disastri del genere, purtroppo diffusi, che la Chiesa non lamentava dai tempi dei furori giansenisti e delle stragi della rivoluzione francese. (…)

Nella prima pergamena di Perito riguardante la consacrazione della chiesa di S.Nicola, notaio rogante appare appunto Bernardino de Baldo ; gentiluomo dedito alla legge, come era consuetudine delle famiglie della piccola nobiltà locale o di quelle emergenti che, passando attraverso gli studi giuridici e il sacerdozio, riuscivano a mantenere il proprio decoro oppure a risalire i gradini della scala sociale. Anche in questo caso, l’attività di Bernardino non era dunque isolata, dal momento che suo contemporaneo era il notaio Scipione, i cui regesti si trovavano nell’Archivio di Stato di Salerno, e che nel secolo successivo visse in paese un altro laureato in legge appartenente alla sua famiglia: il Francesco che esercitò anche il notariato, di cui si ha ancora tangibile memoria, grazie al pezzo di lapide che si conserva nella chiesa parrocchiale, e che è sfuggito alle devastazioni architettoniche del Novecento:

 

                                      U.J.D. Franciscus Baldi

                                      numentum hunc vivens prae

                                      t sibi suisque A.D. 1732 .

 

 

 Nella chiesa si trovavano le cappelle dedicate a S.Francesco e alla Madonna del Rosario, ricordano le annotazioni della S. Visita . Devozioni ufficiali che trovano spiegazione nel messaggio francescano diffuso dai frati del vicino convento di Gioi i quali dovevano spesso mandare qualche esponente per predicare o semplicemente per raccogliere le elemosine, dopo l’ingresso dei francescani e poi dei cappuccini in diocesi . (…)Nel 1570 moriva il duca di Monteleone Ettore II che aveva dovuto vendere Perito nel 1539 ma che poi, avvalendosi della clausola del riscatto, aveva potuto riacquistare i vecchi feudi del Cilento.

 A lui succedeva il figlio Camillo II il quale sposava Geronima Colonna, appartenente alla grande famiglia principesca romana e sorella di Marcantonio II (1535-1584), colui che la storia ha considerato l’eroe della Cristianità per aver guidato la flotta che sconfisse i Turchi nella battaglia di Lepanto. Come si sa, il Papa     S.Pio V, riuscendo finalmente a formare un’alleanza cristiana contro i Turchi, aveva designato come comandante supremo dell’armata il giovanissimo Don Giovanni d’Austria, figlio naturale di Carlo V, che già si era messo in luce per le sue doti militari nel corso di una fortunata spedizione contro i Barbareschi. Suo luogotenente venne nominato Marcantonio Colonna, graditissimo alla Potenze partecipanti all’impresa.

Per tutto il tempo in cui furono portati avanti i preparativi per l’allestimento della flotta, e fino alla notizia della vittoria, il Pontefice volle che la difesa cristiana fosse accompagnata da un intenso fervore di preghiere; ed ogni sera gli stessi equipaggi si riunivano per recitare il Rosario, secondo il metodo dei due distinti cori, ancora oggi in uso in tutto il mondo cattolico: uno per ricordare il saluto angelico a Maria, l’altro che raccoglie le invocazioni dei fedeli alla Madre di Dio.

 La sconfitta della invincibile flotta musulmana che tanto terrore destava nel Mediterraneo, secondo la tradizione fu annunciata a Pio V in una visione celeste che egli ebbe mentre lavorava con alcuni suoi collaboratori, nello stesso giorno e nella stessa ora in cui si concludeva la battaglia . L’evento fu considerato miracoloso anche per le sue proporzioni.


Pur contandosi alcune migliaia di morti feriti, la flotta cristiana perse solo 12 galere, contro le 117 turche cadute in mani agli alleati cattolici, e le 50 affondate o bruciate; i Turchi lamentarono a loro volta migliaia di morti e circa 10.000 prigionieri; mentre 12.000 schiavi cristiani incatenati alle galere come rematori vennero liberati . “Non virtus, non arma, non duces, sed Maria Rosarii victores fecit”: “Non il valore, non le armi, non i comandanti ma la Madonna del Rosario ci resero vincitori”, fece scrivere il Senato veneziano sul famoso quadro che raffigurava l’impresa, fatto dipingere nella sala delle sue adunanze. S. Pio V, a sua volta, attribuì sempre la vittoria all’intercessione della Madonna; volle che nelle Litanie lauretane fosse inserita l’invocazione “Auxilium Christianorum, ora pro nobis”, e fissò al 7 ottobre, giorno della battaglia, la festa in onore di Nostra Signora della Vittoria che il suo successore Gregorio XIII trasferì alla prima domenica di ottobre con il titolo del Rosario. Ai condottieri dell’impresa il Papa stesso assegnò un’aura di splendore sacro, tanto che parlando di D.Giovanni d’Austria, ebbe a ripetere la frase evangelica: “Fuit homo missus a Deo, cui nomen erat Joannes”: “Vi fu un uomo mandato da Dio, il cui nome era Giovanni” .

 

 Ecco spiegato il motivo per cui il mondo cattolico e il Cilento in particolare, furono ancora più strettamente legati alla devozione nei confronti della Madonna del Rosario. (…)Basterebbe scorrere l’elenco delle cappelle, delle statue e delle confraternite che nel Cilento sono dedicate al Rosario per comprendere con quanto fervore il popolo abbia accolto la notizia della vittoria. A Gioi, Salento, Fornilli, Stio, e poi ad Altavilla, Bellosguardo, Giungano, Piaggine, Roccagloriosa, Rutino, Valle dell’Angelo, fino a Perito e in tante altre località, questa devozione affonda le sue più antiche radici nella battaglia di Lepanto che assumeva per queste genti, costrette da sempre alla fuga dal mare, l’immagine della liberazione da un incombente pericolo.

 

 Era la duchessa in persona, del resto, a volere il fervore mariano, nel ricordo della grande giornata. Nel 1588 l’università di Massa, ora frazione di Vallo, chiedeva ad Ettore Pignatelli la concessione di un terreno per edificarvi una nuova chiesa. Il feudatario immediatamente assentì alla richiesta dei sudditi e fece dono di un proprio pezzo di terra, domandando che il nuovo tempio fosse dedicato a S.Maria della Concezione. Il 24 agosto il vescovo Lelio Morello benedisse la prima pietra dell’edificio e se ne intraprese la costruzione. A quel punto, però, sua moglie Geronima, la sorella di Marcantonio, espressamente formulò il desiderio che la chiesa venisse intitolata a S.Maria della Vittoria, titolo ancora oggi usato, sempre a ricordo dell’eccezionale avvenimento che aveva contrassegnato anche la storia della sua famiglia . (…)

 

 

 

 


IL  SEICENTO

 

Non si apre con una buona prospettiva, dunque, il XVII secolo. E la dimostrazione “interna” di una crisi economica tangibile arriva dalle constatazioni che deve fare lo stesso vescovo Lelio Morello, in Visita pastorale nel 1604. Questa volta non sono i conti degli amministratori, i numeri che aggiornano su quanto producono greggi e prati del barone, le relazioni delle entrate di multe e cause, a dare la percezione di quello che non va, in paese. Si sa, del resto, che un’annata cattiva può essere comunque superata, e che i pagamenti, quando dovuti, possono essere soddisfatti entro un tempo ragionevole.

 

 In occasione della sua Visita a Perito, monsignor Morello deve constatare uno stato di trascuratezza che è sintomo di abbandono o di povertà. O di entrambe le situazioni. La cappella di S.Maria Maddalena, per esempio, ha l’altare praticamente spoglio, non adatto alla celebrazione, e l’intero piccolo edificio sembra in condizioni di fatiscenza. Il vescovo, perciò, è costretto a dichiarare interdetta la cappella, e chiede al clero di adoperarsi per il ripristino del culto . Per un uomo come Morello che annotava molto poco, oltre le dedicazioni degli altari , si trattava evidentemente di un’indicazione su uno stato di fatto penoso che lo aveva colpito in modo particolare.

 

 Ma altro indice della delicata situazione locale, fu l’istituzione in diocesi di una Congregazione di Chierici regolari sotto il nome della Dottrina cristiana, fondata a Laurito dal sacerdote D. Filippo Romanelli, e dai suoi compagni sacerdoti napoletani D. Andrea Brancaccio e D. Pompeo Monforte. Questi ultimi due erano fratelli di Scipione Brancaccio, barone di Alfano, e di Ferdinando Monforte, barone di Laurito. Scopo della Congregazione, cui già aveva dato vita S. Cesare Bus ad Avignone, era di offrire aiuto ai vescovi, per la salute delle anime di quanti erano impossibilatati a seguire nei centri abitati l’istruzione e i doveri religiosi, a causa del lavoro nelle campagne. E quindi a prodigarsi in atti di pietà e a preparare alla morte i poveri e gli abbandonati .

 

 Una simile istituzione veniva a beneficare non solo spiritualmente gli abitanti in un momento delicato, di cui prendevano atto esponenti dello stesso ceto feudale.

 La famiglia Pignatelli vendeva dunque lo stato di Novi alla casa Zattara nel 1614 per 47.000 ducati, includendo fra i casali del grande feudo anche Gioi e Perito, con la giurisdizione delle cause civili e criminali ove non fosse stata precedentemente alienata . I duchi di Monteleone si riservavano però sempre la clausola del riscatto, sperando ovviamente che, una volta ottenuto il danaro liquido dai compratori, e impiegatolo per altre operazioni finanziarie, con il rientro di eventuali capitali fosse stato loro possibile riacquistare il vecchio feudo cilentano.

Già qualche anno dopo, infatti, si domandava il riacquisto del solo casale di Pellare che veniva definitivamente venduto al duca Camillo II . (…)Ma proprio in quegli anni si stava per scatenare un altro insidioso nemico. La peste bubbonica, arrivata nel Regno nell’estate del 1656, avrebbe spopolato in pochi mesi città e campagne, provocando non solo una catastrofe demografica ma un notevole cambiamento nella realtà socio-economica, nei modi di pensare, nella educazione religiosa. Sugli esiti dell’epidemia le cifre costituiscono il commento migliore.

 

Perito registrava 58 fuochi nel 1648 ma solo 24 nel 1669, tredici anni dopo il contagio . (…)A Perito i morti vennero sepolti dal lato del campanile dove ancora nel corso dei lavori di restauro nella seconda metà del Novecento vennero ritrovate ossa umane. Nel 1714 il vescovo Francesco Nicolai, autentico campione di organizzazione amministrativa e spirituale, nel corso della sua S.Visita non ritrovava questo cimitero in ordine, “secondo le disposizioni del sinodo”, ed ordinava che si edificasse un muro lungo il suo perimetro, con facoltà di seppellire presso il campanile tutte le ossa dei defunti e di porvi una croce .

 

Questa attenzione particolare per i cimiteri non scaturiva solo dalle cure che monsignor Nicolai rivolgeva ad ogni aspetto della sua missione, e quindi in questo caso all’ordine e alla dignità di un luogo sacro. Lo preoccupava infatti talvolta anche qualche ombra delle vecchie superstizioni ricorrenti fra il popolo, e in particolare quelle che si pensava potessero esprimersi con visite notturne ai cimiteri o con il furto di ossa. Del resto, monsignor Gianfranco Giocoli scriveva nel 1723 che “summodo nonnullae superstitiones inter mulierculas et rusticos homines vigere solunt”: lamentandosi di quelle superstizioni volgari di comari e di rustici che venivano ancora seguite . E lo stesso Nicolai quando sarà trasferito nell’archidiocesi di Conza, parlerà espressamente di un tale pericolo nel corso della S.Visita a Laviano del 1721. (…)La fine della peste lascia i paesi sconvolti e mutati.

Gli antenati superstiti avevano però un temperamento che poco induce al compianto per la propria sorte. Si registrarono ovunque, subito dopo la catastrofe, autentiche impennate nel numero dei matrimoni, con nozze che in altri tempi avrebbero lasciato perplessi: vedove sposate a uomini giovani e viceversa, spesso costituivano l’unica speranza di poter rinvigorire un tessuto sociale che in alcuni momenti era sembrato sul punto di estinguersi.(…) Perito perde dunque molte famiglie; e alcuni cognomi probabilmente si sono persino estinti. Oltre alla famiglia Buttola che era presente in paese nel Quattrocento ma di cui non vi sono più tracce, non vi sono neppure più componenti delle case d’Alessandro e Gallo. (…)

Pochi decenni dopo la peste, la composizione familiare di Perito conta un numero relativamente basso di cognomi. Lo stato d’anime del 1683 menziona le case Apolito, Baldo, del Baglivo, Cerillo, Cecchi, Feolo, Lava, Meglino, Mondillo, Morra, Narduccio, Visco, Volpe, tutte ripartite in nuclei che, pur procedendo da un solo capostipite, occupano status sociali differenti. Non apparirà quindi strano se nella stessa casa, per esempio, quella dove vive il possidente Giuseppe Baldo, una serva si chiami Grazia di Vaudo (praticamente lo stesso cognome del padrone) e il servo sia Antonio Mondillo che appartiene alla stessa famiglia del sacerdote Giovanni Mondillo, vivente fra il 1639 e il 1650. Il quale ultimo, per la sua stessa condizione doveva essere nato da genitori almeno agiati che potevano permettersi di assegnare una dote al figlio per l’ammissione agli Ordini sacri .

 

 E ancora nel catasto onciario del 1754, saranno ricordati Cosimo e Giuseppe Baldo, bracciali, e il magnifico Giuseppe Baldo, possidente che vive di rendita ; mentre nella prima metà del secolo erano attivi il giudice Carlo Antonio e il “mastro” Francesco Baldo . La condizione sociale varia dunque da famiglia a famiglia, non da cognome a cognome, differenziandosi con l’aumentare dei gradi di parentela che intercorrono fra i discendenti dell’originario capostipite.

 Questi sono i sudditi, prevalentemente bracciali, su cui per alcuni anni si eserciterà un dominio frammentario e quasi esclusivamente economico di un signore feudale che cambia con lo scadere del triennio di affitto aggiudicatogli dal fisco. Dopo essere stata brevemente del duca di Gravina a partire dal 1655, la baronia di Novi con i suoi casali passava di nuovo allo Stato che la concedeva in affitto prima a D.Violante Macedonio, duchessa di Campora, titolare nel 1667; quindi a D.Carlo Zattara che la possedeva con lo stesso titolo nel 1672 .

 

 Sei mesi dopo, i cittadini di Novi riuniti in parlamento rivolgeranno una vera richiesta di aiuto per le emergenze economiche e sociali che si erano manifestate all’indomani della peste. Un appello, questo, che rimane probabilmente solo sulla carta, dal momento che per i ricchi ex-mercanti, la baronia costituisce poco più di un investimento da far fruttare, e di cui occorre liberarsi appena ci si accorge che i versamenti da corrispondere al fisco non lasciano un grande margine ai ricavi dei diritti signorili. (…)

Consuete poi le altre devozioni: per il Rosario, l’Annunziata, la Concezione, S.Antonio da Padova; ed anche quella per S.Pietro Martire, se si ricorda come Perito sia stato sempre legato all’Ordine domenicano che tendeva ovviamente a diffondere il culto per i propri santi. Ed era lo stesso ministro generale dei Domenicani Giovanni de Marinis, ad istituire con Bolla del 16 settembre 1661 una confraternita dedicata al Rosario, con sede nella cappella dallo stesso titolo . Un sodalizio che ebbe dotazioni ed una propria amministrazione, e che sarebbe durato fino al 1954, anno della morte del parroco Emilio Gatto . (…)

 

 

 

 


IL SETTECENTO

 

Sono 400 gli abitanti di Perito nei primi anni del Settecento . La ripresa demografica coincide con gli anni in cui nel Regno si verifica un cambiamento essenziale a livello politico: il passaggio dal Governo vicereale spagnolo a quello austriaco che per un certo periodo fa ben sperare per le sorti dell’intero Paese.

É un periodo di transizione che nasce su molte aspettative dopo che a lungo si è vissuti in uno stato di limbo, in quello che è apparso “un clima grigio e immobile, in uno squallore ideale e politico che ben rispecchiava la struttura prostrata e depressa dello Stato” . (…)  La situazione di Perito riflette con puntualità quanto accade nell’intero Regno. (…)A Perito si tramanda una bella cerimonia di investitura, identica sia per la chiesa di S.Nicola che per le altre cappelle, e che si ripete ogni volta il parroco o il cappellano entrano ufficialmente nella loro carica, con una presa di possesso simbolicamente importante, che avviene sotto gli occhi di tutti i fedeli.

Ne faremo qualche esempio.

 Quando muore D.Onofrio Baldo, beneficiato della cappella di S.Antonio di Vienne, per nomina vescovile gli subentra il sacerdote Domenico Volpe. In un giorno di agosto, atteso da “molto popolo”, giunge allora il “missore” che reca la lettera di nomina, le “bolle” che saranno conservate con cura dal nuovo cappellano. É solo il primo atto con cui prende il via la cerimonia. Una volta consegnato il diploma, “è stato posto Berretta in testa dall’infrascritto Missore, sonando il campanello, cantando te Deum laudamus, in vertù di dette Bulle a sé attribuite, e personalmente ha preso e prende il vero, real’caporale e pacifico possesso di detto beneficio di detta ven.le Cappella di S.Antonio di Vienne”.

 A questo punto, la presa di possesso “reale” si esplica con un rito formale: il beneficato deve attraversare la chiesa e toccare materialmente tutto quello che gli è stato affidato: “camminando e ricamminando per il pavimento della sud.a vene.le Cappella, aprendo e chiudendo le porte, e tutto quanto appartiene al detto officio di Beneficiato, ma con tutti i frutti, intrate, onere e peso secondo il solito. Nella quale immissione seu possesso, è stato introdotto per il Rev. D. Nicola Cecchi, sacerdote di Perito, pacificamente e quietamente, senza niuna discrepanza in vertù di d.a Bulla” .

Il beneficiato percorre quindi il perimetro dell’edificio che in quegli anni è stato “fortificato di nuovo”, e che misura “palmi 14 di larghezza e 36 di lunghezza”. Sul muro, una “campanella di metallo”, quella che viene fatta suonare anche in occasione della cerimonia di presa di possesso, e che pesa circa 15 rotoli, corrispondenti a poco più di 13 chili .

 D. Domenico Volpe ricopriva già dal 1745 l’incarico di economo curato, e quindi di arciprete di Perito. L’ufficio di cappellano di S.Antonio Abate si univa dunque a quello principale e lasciava in mano alla stessa persona alcune rendite che risultano davvero esigue.

Ma il parroco muore nel 1756, e si rende necessaria la nomina di un nuovo beneficiato.

Questa volta il prescelto è un sacerdote di Orria: D.Nicola di Feo il quale però vive a Napoli “da più anni” e non si preoccupa neppure di venire in paese per la presa di possesso. A questo scopo nomina invece un suo procuratore, nella persona del cantore della parrocchia di Orria, D.Gerardo Mastrogiovanni. Non era estraneo, però, alla realtà di Perito, se si pensa che possedeva alcuni beni nello stesso casale: in tutto 5 tomoli di terreno arbostati che erano stimati circa 8 ducati .

 La cerimonia si svolge dunque secondo le modalità tradizionali, ancora alla presenza di D.Nicola Cecchi che nel frattempo è stato nominato nuovo parroco di Perito. Per l’occasione, si provvede anche ad inventariare i beni della cappella; beni che effettivamente risultano non solo esigui ma trascurati, se non addirittura non percepiti da molto tempo, specialmente a causa della lontananza dicoloro che dovevano versare le offerte annue: forse ricordo di antichi pellegrinaggi, delle guarigioni dalle malattie della pelle, che lasciavano nei fedeli il grato ricordo costituito dalla creazione di un canone fissato per sempre alla cappella del Santo taumaturgo.

La cappella possiede un terreno con 2 “piedi” di querce, fichi, olivi e vigna, un altro “macchioso” di 1 tomolo e mezzo, uno di un solo stoppello (610 metri quadrati), un giardino di 5 stoppelli (meno di un tomolo), tutti nella zona di Perito.

E poi, ecco una serie di piccoli beni e introiti che ora vengono più accuratamente controllati: una vigna con alberi fruttiferi a Ostigliano, affittata per 10 carlini l’anno; un terreno che è stato permutato con un altro che si possedeva nella località “acqua fetida” di Ostigliano, e che rende 9 grani l’anno; un carlino di rendita che viene versato dalla cappella di S.Caterina di Ostigliano e che grava su un terreno nella zona dei “laghi negri”; “pochi animali caprini” di cui non si è riusciti a fare un calcolo preciso.

Per suo scrupolo, Pietro delli Bovi rivela infine che il suo defunto padre Lelio versava alla cappella un canone di 3 grani annui.

Evidente la povertà dell’interno: “sull’altare non vi sta altro una pietra Sacra, una carta di Gloria, inveterata, uno ante altare, fatto sopra a tela, inveterato, uno scabello di legno competenter”. La cappella possiede poi due vecchie tovaglie “di tela paesana” che però sono state conservate dalla famiglia del defunto beneficiato. (…)


 

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